Tremonti non è Dini
Tra le varie ipotesi circolate su chi debba assumere la guida del cosiddetto governo di transizione che dovrebbe sostituire l’attuale senza più maggioranza, è molto insistente quella che riguarda Giulio Tremonti. L’aveva avanzata per primo il segretario democratico Pier Luigi Bersani, che contemporaneamente insisteva nel descrivere la politica economica del governo, cioè dello stesso Tremonti, come la causa di tutti i mali del paese.

Tra le varie ipotesi circolate su chi debba assumere la guida del cosiddetto governo di transizione che dovrebbe sostituire l’attuale senza più maggioranza, è molto insistente quella che riguarda Giulio Tremonti. L’aveva avanzata per primo il segretario democratico Pier Luigi Bersani, che contemporaneamente insisteva nel descrivere la politica economica del governo, cioè dello stesso Tremonti, come la causa di tutti i mali del paese. Probabilmente alla base di questa insistenza c’è la memoria di come un altro ministro del Tesoro di Silvio Berlusconi, Lamberto Dini, si prestò a un’operazione simile nel 1994.
Però, nel riproporre a Tremonti quello stesso ruolo, probabilmente non si tiene conto della differenza tra i due uomini. Non si tratta tanto o soltanto di un differente tasso di lealtà, concesso che esista, o del fatto che la sorte poi riservata a Dini dai suoi utilizzatori di allora sconsiglierebbe a chiunque di ripeterne l’esperienza. La differenza oggettiva sta nel ruolo che Tremonti gioca oggi e ancor più potrà giocare domani nel sistema di alleanze di centrodestra: a differenza di Dini, che continuò a venir considerato un tecnico privo di un peso politico proprio. Non è la scarsità di ambizioni che sembra precludere a Tremonti di andare a palazzo Chigi a dispetto di Berlusconi, ma, al contrario, il fatto che può legittimamente aspirare ad assumerne pienamente la successione politica, assicurandosi un’eredità cospicua. Insomma sembra difficile che il ministro dell’Economia si lasci incantare dal piatto di lenticchie di un governo posticcio destinato a una vita breve, abbandonando una primogenitura conquistata con fatica e intelligenza.
Ciò non significa che sia del tutto impossibile che in questa legislatura ci sia un governo Tremonti, ma potrebbe accadere solo se, all’esito del gioco di mosca cieca che sta appassionando le formazioni politiche in questa fase confusa, Berlusconi decidesse di passare volontariamente la mano. Si tratta di un’ipotesi priva almeno per ora di qualsiasi attendibilità, ma che comunque sarebbe politicamente assai diversa da quella ipotizzata da Bersani. Tremonti non può diventare all’improvviso il gestore del “partito della spesa” che si è costituito in maggioranza provvisoria in un ramo del Parlamento, proprio per ostacolare la sua politica di rigore, forse persino eccessiva. E’ vero che la politica italiana ha visto capovolgimenti anche più impressionanti, ma questo avveniva nel quadro di un sistema politico condizionato da esclusioni pregiudiziali basate su condizioni internazionali o su retaggi ideologici. Ora c’è spazio di competizione per tutti, ed è difficile pensare che Tremonti abbandoni le praterie che gli si aprono nel centrodestra per infilarsi nel tortuoso sentiero inventato dai suoi avversari.
Però, nel riproporre a Tremonti quello stesso ruolo, probabilmente non si tiene conto della differenza tra i due uomini. Non si tratta tanto o soltanto di un differente tasso di lealtà, concesso che esista, o del fatto che la sorte poi riservata a Dini dai suoi utilizzatori di allora sconsiglierebbe a chiunque di ripeterne l’esperienza. La differenza oggettiva sta nel ruolo che Tremonti gioca oggi e ancor più potrà giocare domani nel sistema di alleanze di centrodestra: a differenza di Dini, che continuò a venir considerato un tecnico privo di un peso politico proprio. Non è la scarsità di ambizioni che sembra precludere a Tremonti di andare a palazzo Chigi a dispetto di Berlusconi, ma, al contrario, il fatto che può legittimamente aspirare ad assumerne pienamente la successione politica, assicurandosi un’eredità cospicua. Insomma sembra difficile che il ministro dell’Economia si lasci incantare dal piatto di lenticchie di un governo posticcio destinato a una vita breve, abbandonando una primogenitura conquistata con fatica e intelligenza.
Ciò non significa che sia del tutto impossibile che in questa legislatura ci sia un governo Tremonti, ma potrebbe accadere solo se, all’esito del gioco di mosca cieca che sta appassionando le formazioni politiche in questa fase confusa, Berlusconi decidesse di passare volontariamente la mano. Si tratta di un’ipotesi priva almeno per ora di qualsiasi attendibilità, ma che comunque sarebbe politicamente assai diversa da quella ipotizzata da Bersani. Tremonti non può diventare all’improvviso il gestore del “partito della spesa” che si è costituito in maggioranza provvisoria in un ramo del Parlamento, proprio per ostacolare la sua politica di rigore, forse persino eccessiva. E’ vero che la politica italiana ha visto capovolgimenti anche più impressionanti, ma questo avveniva nel quadro di un sistema politico condizionato da esclusioni pregiudiziali basate su condizioni internazionali o su retaggi ideologici. Ora c’è spazio di competizione per tutti, ed è difficile pensare che Tremonti abbandoni le praterie che gli si aprono nel centrodestra per infilarsi nel tortuoso sentiero inventato dai suoi avversari.